Johnson & Johnson in onco-ematologia

«la ricerca al servizio dei pazienti verso terapie più mirate e per fasi sempre più precoci di malattia»

Johnson-e-Johnson-logoMILANO – L’innovazione assume valore solo quando riesce a tradursi in opportunità concrete di cura per i pazienti, anticipando i trattamenti, personalizzando gli approcci terapeutici e intervenendo in modo sempre più mirato nelle diverse fasi di malattia. In questa direzione si muove la ricerca e sviluppo di Johnson & Johnson, con strategie volte a sviluppare nuove terapie da utilizzare nelle fasi sempre più precoci prima che la patologia evolva in forme più gravi, studiando associazioni di farmaci innovativi con meccanismi d’azione complementari e ricercando nuovi bersagli terapeutici.

«Da oltre trent’anni Johnson & Johnson contribuisce a rispondere ai bisogni di cura ancora insoddisfatti dei pazienti oncologici e al miglioramento della loro aspettativa e qualità di vita. Questo grazie al desiderio di concretizzare la nostra missione: lavorare per essere ogni giorno un passo avanti al cancro, intercettandolo sempre più precocemente, con la speranza che un giorno si possa arrivare a parlare di cura. In Johnson & Johnson siamo convinti che aiutare le persone a vivere una vita più lunga e sana, investendo nella ricerca e nella prevenzione, crei valore ben oltre l’assistenza sanitaria, sostenendo la società anche da un punto di vista socio-economico. Crediamo che per fare ciò sia necessario promuovere la collaborazione di tutti gli attori del Sistema salute, affinché l’innovazione arrivi davvero a chi ne ha bisogno e abbia un impatto concreto. Come azienda, abbiamo l’opportunità di favorire il dibattito per garantire che la salute non sia vista come una spesa, ma come uno dei principali motori del progresso sociale e della prosperità a lungo termine in Italia. E lo facciamo unendo la nostra storia ultratrentennale in onco-ematologia con una visione del futuro ricca di innovazione che mette al centro le esigenze del paziente. Il nostro obiettivo, in tal senso, è diventare la prima azienda al mondo entro il 2030 in onco-ematologia», dichiara Alessandra Baldini, Direttrice medica, Innovative Medicine, Johnson & Johnson Italia.

Questa consapevolezza guida la ricerca ultratrentennale di Johnson & Johnson, in un momento in cui il cancro è sempre più considerata la sfida sanitaria del nostro Secolo. Nel nostro Paese, infatti, solo nel 2025 sono stati registrati 390 mila casi di tumore e sono quasi 4 milioni le persone che convivono con questa malattia.1

Con un portfolio di terapie che spazia dal mieloma multiplo alla leucemia e ai linfomi per quel che riguarda i tumori ematologici, e dal tumore del polmone ai tumori genito-urinari, per quel che riguarda l’oncologia solida, gli sforzi della ricerca di Johnson & Johnson sono fortemente orientati a una medicina che adatti il percorso terapeutico alle esigenze di ciascun paziente, permettendo non solo di migliorare gli esiti clinici e la tollerabilità dei trattamenti, ma anche di migliorare la qualità della vita, promuovendo una medicina di precisione, sostenibile e centrata sul paziente stesso.

A ulteriore testimonianza del costante impegno nella ricerca clinica, quest’anno l’azienda ha portato oltre 50 abstract ai congressi ASCO ed EHA, nel corso dei quali sono stati presentati nuovi dati da studi clinici e di real-world, sia per i tumori solidi sia per quelli ematologici.

L’arrivo di nuove terapie spesso comporta, tuttavia, delle sfide in termini di sostenibilità, di equità di accesso alle cure con la conseguente necessità di un modello organizzativo efficace.  In questo, il ruolo del terzo settore è fondamentale nel fare da ponte tra l’innovazione della ricerca e l’effettiva fruibilità delle terapie, a riprova del bisogno di collaborazione tra gli attori del Sistema Salute: «Oggi una delle sfide principali è assicurare che ogni paziente possa accedere alle terapie innovative in modo rapido ed equo, indipendentemente dal territorio dove vive. L’efficacia della lotta contro i tumori dipende dalla capacità di offrire un percorso di cura fluido e tempestivo sin dal primo momento. Per garantire una reale equità di accesso sul territorio nazionale, è indispensabile lo sviluppo delle Reti Oncologiche Regionali, strutture nate per coordinare i centri di cura e consentire il corretto referral dei pazienti alle strutture più specializzate, unitamente all’accesso uniforme ai test diagnostici molecolari, fondamentali per personalizzare le terapie e assicurare l’efficacia delle stesse. In tal senso, Cittadinanzattiva si batte per la parità di accesso alle cure per tutti malati in ogni parte d’Italia per migliorare, su tutto il territorio nazionale, i servizi di diagnosi, terapia e assistenza, anche domiciliare, per i malati di cancro», aggiunge Annalisa Mandorino, Segretaria Generale di Cittadinanzattiva.

L’impegno di Johnson & Johnson nei tumori ematologici

Nel mieloma multiplo Johnson & Johnson ha sviluppato finora quattro terapie con diversi meccanismi d’azione, studiati per profili di pazienti differenti e disponibili in linee di trattamento sempre più precoci: daratumumab, il primo anticorpo anti CD38, che recentemente è stato rimborsato per la malattia di nuova diagnosi indipendentemente dall’eleggibilità al trapianto, gli anticorpi bispefici teclistamab e talquetamab e ciltacabtagene autoleucel (o cilta-cel), l’unica CAR-T sul mieloma attualmente approvata a partire dalla seconda linea di trattamento. Ma la spinta alla ricerca e all’innovazione non si ferma come dimostrano i risultati più recenti presentati durante i recenti congressi ASCO ed EHA sull’utilizzo di teclistamab a partire dalla seconda linea e sull’associazione di daratumumab con teclistamab e talquetamab per cercare nuove soluzioni terapeutiche con l’obiettivo di colmare bisogni ancora insoddisfatti dei pazienti. «Negli ultimi vent’anni, il trattamento del mieloma multiplo ha vissuto una trasformazione molto significativa: da malattia mortale è diventata, per molti pazienti, una malattia sempre più controllabile. L’introduzione di terapie innovative, come le CAR-T, che consentono un approccio ‘one-shot’ con risposte profonde e durature, e degli anticorpi bispecifici a somministrazione sottocutanea, ha ampliato in modo significativo le possibilità terapeutiche, con un’attenzione particolare non solo all’efficacia ma anche alla qualità di vita dei pazienti. Grazie ai progressi della ricerca, oggi non parliamo più soltanto di prolungare la sopravvivenza, ma di raggiungere una vera e propria cura funzionale, ossia una condizione in cui la malattia rimane sotto controllo per lunghi periodi con un impatto minimo sulla qualità di vita», ricorda Alessandro Corso, Direttore UOC di Ematologia, Ospedale di Legnano, ASST Ovest Milanese.

Oltre al mieloma multiplo, Johnson & Johnson è impegnata anche nella ricerca di altri tumori del sangue, tra i quali la leucemia linfatica cronica (LLC) e il linfoma mantellare. In particolare, ibrutinib – primo inibitore della tirosin chinasi di Bruton (BTK) ad essere stato reso disponibile per il trattamento della LLC – continua a dimostrare benefici per i pazienti con questo tumore ematologico, soprattutto grazie alla formulazione orale, che consente la somministrazione domiciliare, e all’introduzione di una terapia a durata fissa: «Nella gestione dei pazienti con leucemia linfatica cronica stiamo assistendo a un vero e proprio cambio di paradigma. Fino a pochi anni fa, infatti, il trattamento passava unicamente attraverso la somministrazione di terapie continuative, assunte a tempo indeterminato fino alla progressione della malattia o alla comparsa di tossicità, che comportava un impegno costante sia per il paziente che per le strutture sanitarie. Questo approccio rimane un’opzione per alcuni setting di pazienti, come per la categoria dei grandi anziani, per i pazienti senza un caregiver o con un profilo ad alto rischio biologico. Da circa due anni, tuttavia, l’avvento dei regimi terapeutici a durata fissa rappresenta l’opzione d’elezione per la maggioranza dei pazienti, costituendo un’importante evoluzione nel trattamento della leucemia linfatica cronica. Infatti, grazie alla combinazione di farmaci biologici mirati, siamo in grado di ottenere risposte profonde e durature, permettendoci di sospendere il trattamento dopo un periodo stabilito, restituendo tempo e qualità di vita alle persone, liberando dalla routine della terapia quotidiana, senza però compromettere il risultato clinico», commenta Giacomo Loseto, Dirigente Medico della UOC di Ematologia e Terapia Cellulare dell’IRCCS Oncologico di Bari e Coordinatore del TEAM Multidisciplinare dei linfomi e delle sindromi linfoproliferative croniche.

L’impegno di Johnson & Johnson nei tumori solidi

Anche in oncologia solida, grazie alla possibilità di identificare alterazioni genetiche e molecolari, e alla valutazione delle condizioni cliniche, sono disponibili trattamenti sempre più mirati ed efficaci, che tengano delle caratteristiche biologiche della malattia.

Questo tipo di approccio è alla base del trattamento del tumore del polmone.

«La ricerca scientifica sta rispondendo alla natura eterogenea del tumore al polmone sviluppando percorsi terapeutici mirati e diversificati. Questi tengono conto non solo della genetica individuale, ma anche di fattori legati all’ecosistema quali microbioma, ambiente e stile di vita. Il trattamento di questo tumore sta attraversando un profondo cambiamento: la chemioterapia tende oggi ad essere integrativa più che essenziale principio di cura grazie allo sviluppo di terapie target innovative, che consentono risultati migliori in termini di sopravvivenza e qualità di vita. Attualmente, l’impiego di un anticorpo monoclonale bispecifico come amivantamab, che riconosce e lega il recettore del fattore di crescita dell’epidermide (EGFR) e di MET, in associazione a lazertinib, un inibitore tirosin-chinasico di terza generazione, ha dimostrato di aumentare significativamente l’aspettativa di vita dei pazienti con tumori polmonari EGFR mutati, offrendo al contempo uno schema di trattamento privo di chemioterapia.  L’innovazione passa inoltre attraverso la possibilità di impiego della formulazione sottocutanea di amivantamab che ha dimostrato oltre all’efficacia anche una maggiore maneggevolezza nella somministrazione e consente un beneficio concreto per il paziente in termini di qualità di vita, sintetizzando il principio di cura personalizzata a 360 gradi», spiega Diego Cortinovis, Direttore della struttura complessa di Oncologia Medica presso la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza e Professore Associato di Oncologia presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Per quel che riguarda i tumori dell’apparato genito-urinario, Johnson & Johnson sta studiando nuove soluzioni per il trattamento del carcinoma uroteliale e di quello prostatico. Da un lato, con la prima target therapy per il trattamento del carcinoma uroteliale o metastatico con mutazioni del fattore di crescita dei fibroblasti, erdafitinib. Dall’altro, nel tumore della prostata, con terapie target, come la compressa a doppia azione a base di niraparib e abiraterone acetato diretta contro le mutazioni BRCA, e con inibitori del recettore degli androgeni, come apalutamide, disponibile sia per la malattia ormono-sensibile sia in quella resistente alla castrazione.

«Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nel trattamento del tumore della prostata. Oggi possiamo sempre più fare affidamento ad un approccio multidisciplinare, che combina diverse strade, dalla chirurgia, alla radioterapia alla somministrazione di nuovi farmaci, con l’idea di adattare il percorso di cura sulla base delle singole caratteristiche di ciascun paziente. Questo è quanto dimostrato dallo studio Proteus presentato durante il Congresso ASCO, che sostiene, da un lato, la necessità di un approccio terapeutico perioperatorio che integri apalutamide al trattamento chirurgico, dall’altro, quella di offrire un trattamento sempre più precoce con un potenziale di miglioramento degli esiti a lungo termine e la possibilità di ridefinire la gestione dei pazienti con malattia localizzata aggressiva sottoposti a chirurgia»,  conclude Alberto Briganti, Professore Ordinario di Urologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, vicedirettore dell’Istituto di Ricerca Urologico (URI) e direttore del Programma di Chirurgia Robotica del Dipartimento di Urologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

FONTE: HCC – HealthCom Consulting (Silvia Ciappellano).